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sabato 15 aprile 2017

DALLO STATO SOCIALE ALLO STATO DI POLIZIA

“DALLO STATO SOCIALE ALLO STATO DI POLIZIA”

Ecco i link dei video della serata di giovedi 13 aprile 2017 al Centro Sociale 28 maggio, dedicata a commentare il recente decreto Minniti, convertito in legge ordinaria la mattina precedente a questa serata, cioè il 12 aprile 2017.
Sul sito del governo (http://www.interno.gov.it/it/notizie/e-legge-decreto-minniti-sul-contrasto-allimmigrazione-illegale) la notizia è fornita nei termini che vengono riportati qui sotto.
Naturalmente la descrizione del governo contrasta totalmente con il quadro che esce dalla presentazione fatta da Sergio Pezzucchi, avvocato bresciano impegnato sul fronte del movimento, da Nicoletta Dosio, militante del Movimento no-tav e da Giorgio Cremaschi, portavoce della piattaforma Eurostop, come si può ascoltare dalla registrazione della serata raggiungibile direttamente grazie ai link riporatati subito dopo la "voce del governo"
La Camera ha approvato definitivamente il disegno di legge di conversione. Le novità su centri di permanenza, attività sociali per i richiedenti asilo, sezioni specializzate e procedure più veloci
Con l'approvazione definitiva, questa mattina, da parte dell'aula della Camera dei Deputati, del disegno di legge già approvato dal Senato, è stato convertito in legge con modificazioni il decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13, che contiene "disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale".
L'atto, approvato con 240 voti a favore, 176 contrari e 12 astensioni, introduce una serie di misure, tra le quali:
- semplificazione e accelerazione dei tempi delle procedure relative alla richiesta di protezione internazionale, anche attraverso l'abolizione del secondo grado di giudizio in caso di rigetto dell'istanza, ferma la possibilità di ricorso in Cassazione, e il potenziamento delle strutture giudiziarie con l'istituzione, presso i tribunali, di 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea (Ue);
- l’assunzione da parte del ministero dell’Interno di 250 unità di personale altamente qualificato da destinare alle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale;
– i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza o nel circuito della rete Sprar sono iscritti all'anagrafe della popolazione residente; possono svolgere volontariamente, a titolo gratuito, attività di utilità sociale a favore della collettività locale nel quadro delle normative vigenti;
identificazione nei "punti di crisi" all'interno delle strutture di prima accoglienza dei cittadini stranieri soccorsi durante operazioni di salvataggio in mare o rintracciati come irregolari in caso di attraversamento della frontiera, con contestuale informazione su protezione internazionale, ricollocazione in altri Stati Ue e possibilità di rimpatrio volontario assistito. Previsto il trattenimento in caso di "rifiuto reiterato" di sottoporsi all'identificazione;
- i centri di identificazione ed espulsione diventano centri di permanenza per i rimpatri, in tutto il territorio nazionale, monitorati quotidianamente, con accesso libero per gli stessi soggetti ammessi a visitare le carceri;
- contrasto all'immigrazione illegale anche attraverso un Sistema Informativo Automatizzato (Sia) monitorato dal dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero, interconnesso con altri sistemi informativi tra i quali il Sistema informativo Schengen;
- rito abbreviato nei giudizi sui provvedimenti di espulsione di cittadini stranieri per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato e per motivi di prevenzione del terrorismo;
rimpatri con iter più veloci puntando sulla cooperazione con i paesi di provenienza attraverso accordi bilaterali.
Le disposizioni non si applicano ai minori stranieri non accompagnati, per i quali è stata approvata di recente in via definitiva dalla Camera la normativa che introduce in linea generale il principio di specificità delle strutture di accoglienza riservate ai minorenni.

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 1

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 2

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 3

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 4

venerdì 14 aprile 2017

Gentiloni e Padoan continuano con la politica economica degli espedienti controproducenti

Un governo di guitti

In vendita anche le poste
Mi soffermo qualche istante su due recentissime dichiarazioni rilasciate, rispettivamente, dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal Ministro dell'economia Pier Carlo Padoan.
Il primo, commentando gli ultimi dati riferiti a febbraio su occupazione e disoccupazione diffusi dall'ISTAT, ha detto che le riforme del lavoro già attuate e l'impegno alla loro prosecuzione stanno fruttando i risultati sperati. L' altro, ha detto che l'impegno a proseguire il programma di privatizzazioni, con la cessione di ulteriori quote di Poste Italiane e di Ferrovie dello Stato per un controvalore atteso di 8,5 miliardi, è fondamentale per la riduzione del debito pubblico.
Come siamo potuti scadere al livello di una politica in decomposizione, che vive di declamazioni avulse dalla realtà fattuale? E come è possibile che, nonostante la lezione della crisi, la maggioranza della classe politica sia rimasta in uno stato di cieca adesione all'impianto ideologico neoliberista?
Nel primo caso, a indurre alla soddisfazione Gentiloni è il dato sul tasso di disoccupazione, che a febbraio è calato all'11,5% (dal 11,8% del mese precedente). Soltanto che, l'ISTAT ha anche certificato che è aumentata la consistenza numerica della forza lavoro inattiva, vale a dire di coloro che un'occupazione neanche la cercano. Se poi si tiene conto del fatto che, ai fini statistici, è considerato occupato chiunque abbia lavorato almeno un'ora nella settimana in cui l'ISTAT effettua le sue rilevazioni campionarie, si può immaginare perchè non ci si dovrebbe lasciare andare a facili entusiasmi. Infatti, sempre sulla scorta dei dati, le tipologie di lavoro “attivato” a febbraio (il livello dell'occupazione è in realtà stabile) sono per la gran parte precarie. Il contratto a tempo indeterminato a “tutele crescenti”, fiore all'occhiello del “jobs act”, ipersfruttato per il noto accesso “predatorio” agli incentivi, è già un ferrovecchio. Fior di studi attestano che fra l'indice di protezione legislativa dell'occupazione (cioè quel grado di tutela dei lavoratori che il “jobs act” si è così pervicacemente incaricato di indebolire) e il tasso di occupazione non vi è praticamente alcuna correlazione. Eppure, la religione gentiloniana, in perfetta continuità con quella renziana, insiste nel porre l'accento sui salvifici effetti delle suddette riforme (più flessibilità significherebbe meno disoccupazione). Infine, quando il Presidente del Consiglio parla di impegno alla prosecuzione delle riforme, si riferisce probabilmente alla surroga dei “voucher”. Sono questi, lo ricordiamo, i diabolici buoni lavoro che il governo si è trovato costretto ad abolire pur di scacciare con uno scongiuro, qualunque spettro che evochi una procedura di chiamata alle urne rivolta al corpo elettorale sovrano. A buon intenditore, poche parole. La teoria alla base delle riforme è inconsistente ma a Palazzo Chigi nessuno se ne avvede.
Il ministro Padoan ha invece affermato che senza gli 8,5 miliardi che si prevede di incassare dalla cessione di ulteriori quote di Poste Italiane e Ferrovie dello Stato non si puó invertire la rotta ascendente del debito pubblico.
Trattandosi di un accademico di una certa levatura, ovviamente Padoan non può non sapere che un incasso una tantum (il quale potrebbe con tutta probabilità venire ben presto azzerato dalla rinuncia persistente a entrate come utili e dividendi) non ha nulla a che vedere con la riduzione del debito, il quale (ammesso lo si voglia considerare un problema prioritario a rischio di ingestibilità, il che non è) è un processo di lungo periodo che dipende dalla dinamica di crescita del Pil e dall'andamento dei tassi d'interesse. Un'entrata una tantum può servire, al massimo, per la riduzione del deficit pubblico in un determinato anno (come continuamente richiestoci, in ossequio allo sciagurato Fiscal compact, dalla Commissione UE). Oltre all'adempimento per via surrettizia ai dettami del Fiscal Compact, ci si sta ovviamente prestando, come sempre, all'interesse di “investitori” privati.
Padoan ha in proposito aggiunto, a titolo di rassicurazione, che il controllo delle aziende resterà pubblico. Bella novità! Ai soci privati, che intanto qualcosa (e forse anche più) contano nella “governance” delle aziende, interessa che la loro gestione sia di tipo privatistico (come del resto è già) e soprattutto, lucrativa. Ai privati non interessa tanto l'assetto proprietario formale.
Si tratta, insomma, di due vicende che valgono da conferme a fatti ricorrenti i quali dicono che siamo governati da una classe di politici-guitti, legati a idee disfunzionali, che contano poco o nulla ai fini di tutela dell'interesse pubblico onnicomprensivamente inteso e che altro non fanno se non cercare di spacciare qualche illusione per soluzione strutturale di problemi economici che nemmeno sfiorano. L'importante, per costoro, è rinviare più in là possibile le elezioni e sperare che la maggioranza del popolo riprenda a credergli.

Sergio Farris

lunedì 10 aprile 2017

CON IL VENEZUELA BOLIVARIANO CONTRO LE MANOVRE GOLPISTE

Le radici rosse del Latinoamerica
L'attacco al governo bolivariano del Venezuela sta crescendo di intensità, sia per la strategia golpista della destra locale, che per l'attacco internazionale attuato dagli Stati Uniti, tramite l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e con l'appoggio di diversi governi europei.
Il governo venezuelano ha piena legittimità democratica in quanto eletto per volontà popolare. In Venezuela non c’è una dittatura, ma una grave crisi economica, politica e istituzionale, provocata dall’aggressione costante e la politica di destabilizzazione della destra, espressione politica dell’oligarchia parassitaria e speculatrice.

Le destre italiane ed il Partito Democratico, continuano la loro opera di disinformazione, con accuse che distorcono la realtà del sistema costituzionale della Repubblica presidenziale del Venezuela che conta su 5 poteri, (esecutivo, legislativo, giudiziario, cittadino e elettorale), e non solo i 3 a cui siamo abituati.
L’organo di controllo ed il massimo interprete della Costituzione venezuelana è la “Sala Constitucional del Tribunal Supremo”, che ha emanato le sentenze di cui tanto si è discusso. Le sue prerogative sono appunto il controllo della rispondenza alla Costituzione degli atti di qualsiasi potere pubblico, e la risoluzione dei possibili conflitti tra gli stessi.

Le sentenze sono state emesse per risolvere le controversie di interpretazione rispetto ai contrasti istituzionali che vive il Venezuela dal momento in cui l’opposizione di destra è diventata maggioranza nel parlamento. Un parlamento che   già dal gennaio 2017 si è auto-dichiarato in “stato di ribellione”, ha usurpato in alcuni casi le funzioni del potere esecutivo e si è fatto beffe dei provvedimenti presi dal Tribunale Supremo di Giustizia. Il caso più eclatante è il non rispetto della sentenza che lo obbliga a sospendere tre deputati dello Stato Amazonas accusati di brogli elettorali.
In base alla divisione costituzionale per l’equilibrio dei poteri, l’ultima sentenza riguarda l’assunzione (da parte del Tribunale Supremo di Giustizia) delle funzioni che, per omissione dei doveri del Parlamento, impediscono il funzionamento dello Stato (ad esempio votare investimenti petroliferi di società private per le quali c’è bisogno dell’approvazione di un protocollo congiunto dei poteri esecutivo e legislativo, o approvare nuovi prestiti). Si tratta della Costituzione del Venezuela, non di un golpe.
Viceversa sono i veri golpisti venezuelani (che le destre italiane ed il PD stanno appoggiando) che anche in queste ore stanno promuovendo azioni violente nel Paese, chiedendo a gran voce l’intervento militare esterno, in base a un copione che ha l’unico obiettivo di far cadere il governo del Presidente costituzionale, Nicolàs Maduro e riappropriarsi delle risorse petrolifere del Paese.

Sul versante internazionale, l’OSA mantiene la triste storia di sottomissione ai piani golpisti di Washington, propiziando interventi militari che hanno prodotto migliaia di morti. L’attuale Segretario Generale dell’OSA, il Sr. Almagro sta ripercorrendo le sue pagine più buie, mediante l’imposizione di meccanismi che violano in maniera flagrante la normativa legale e costituzionale del Venezuela e lo stesso statuto dell’OSA. Il Sr. Almagro è alla testa del coro emisferico della destra fascista che aggredisce incessantemente il Venezuela, senza né scrupolo, né etica, basandosi sulla menzogna e sull’odio.
Il PRC denuncia la campagna sistematica dell’OSA, ed in particolare del suo Segretario Generale che, lungi dall’apportare soluzioni, sta aggravando la crisi. Questa campagna è parte della strategia di Washington, esplicitata dal presidente Donald Trump, e soprattutto dai piani del Comando Sud e della IV Flotta statunitense, che fanno pressioni per un “intervento umanitario” (sic) nel quadro di una brutale contro-offensiva imperialista nel continente.
Denunciamo l’appoggio dei Ministri degli Esteri di alcuni governi di “centro-sinistra” a questa offensiva della destra conservatrice e fascista, coordinata dagli Stati Uniti. Un appoggio caratterizzato da una sfacciata ingerenza nella politica interna del Venezuela, che mette in pericolo la stessa democrazia ed una soluzione politica della crisi.   
Denunciamo inoltre la violazione della legalità del MERCOSUR, dell’Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR) e dell’OSA, con prese di posizione di un gruppo di Paesi che non hanno nessun valore istituzionale e che costituiscono un precedente pericoloso per tutto il continente.

Restiamo invece in attesa che molti parlamentari italiani, così solerti nell’attaccare il governo bolivariano del Venezuela, spendano le stesse energie per sollecitare l’eliminazione del criminale embargo statunitense contro Cuba, per denunciare le contro-riforme “lacrime e sangue” del governo golpista di Temer in Brasile e del governo Macri in Argentina, che cancellano la legislazione approvata dai governi progressisti a favore delle fasce più povere della popolazione.
Ma non ci facciamo illusioni, dato che quegli stessi parlamentari tacciono anche quando in Italia il governo che sostengono, continua a promuovere la guerra, a criminalizzare il conflitto sociale, a utilizzare le forze dell’ordine per reprimere con violenza cortei autorizzati, gruppi di cittadini che difendono il loro territorio dalla furia predatrice di imprese senza scrupoli e i lavoratori che difendono il posto di lavoro.

Il PRC-SE ribadisce il suo sostegno al dialogo nazionale tra il governo venezuelano e tutte le forze politiche, voluto dal presidente Maduro con il supporto del Papa Francesco, dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero (che rappresenta la UNASUR), e degli ex-Presidenti Leonel Fernández (Repubblica Dominicana) e Martín Torrijos (Panamá).
Invece che fomentare lo scontro, si riapra il dialogo, che gioverebbe sia ai cittadini del Venezuela, che ai nostri emigrati che vivono in quel Paese.

Il PRC-SE fa appello ai suoi militanti ed ai sinceri democratici a mantenere alta l’attenzione e la mobilitazione a difesa del Venezuela bolivariano, e chiede a tutte le forze politiche ed istituzionali, nazionali ed internazionali, di agire responsabilmente per evitare un tragico bagno di sangue.
Troppi sono i venti di guerra che soffiano sul pianeta. È vitale preservare la pace nella regione, messa in pericolo dalle manovre di destabilizzazione in atto.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – SINISTRA EUROPEA
Roma 9-4-2017

sabato 8 aprile 2017

Quello di Trump è terrorismo internazionale - Maurizio Acerbo


Trump annuncia l'attacco con missili
No all’intervento USA in Siria.

Quello di Trump è terrorismo internazionale

Non essendo bastati i tagliagole dell’Isis e di Al Qaeida arruolati in tutto il mondo ora Trump e Erdogan intervengono direttamente con le loro armi. Le atrocità dello Stato islamico, la cui avanzata i russi hanno fermato, da tempo sono scomparse dalla scena mediatica per ridare fiato alla narrazione sulla ferocia di Assad che giustifica l’intervento contro il diritto internazionale nel territorio di uno stato sovrano.
L’uso dei corpi dei bambini asfissiati dal gas ammucchiati per le foto serve a Trump per legittimare l’aggressione. Non so chi abbia usato il gas, non sono esperto di cose militari e non so districarmi tra gli assassini. So che Assad ha a disposizione l’aviazione russa e sta vincendo sul terreno. Perché fare un autogol del genere? Qualcosa non quadra ma non voglio avventurarmi in congetture. Sul campo operano potenze che certo non sono nuove all’uso del terrore. Certo non sono Trump e Erdogan dei campioni di democrazia dietro le cui insegne marciare. Non sono certo gli integralisti islamici armati dall’occidente e dai suoi alleati sauditi e turchi i combattenti per la libertà. Non facciamoci arruolare. Non beviamoci le balle di chi ha seminato morte e distruzione dall’Iraq alla Libia. Opponiamoci alla guerra senza se e senza ma. Invece di destabilizzare e alimentare una guerra senza fine sosteniamo le forze come i curdi in Turchia e Siria che si battono per pace, giustizia sociale, tolleranza, democrazia. Accogliamo i profughi che fuggono dalla guerra come i nostri padri furono accolti quando fuggivano dalle città bombardate. E’ chiarissimo fin dall’inizio che i settori americani più imperialisti e i loro alleati non hanno lavorato per favorire una transizione democratica e una pacificazione ma per rovesciare un regime, dissolvere uno stato sovrano, trasformarlo in un altro ‘stato fallito’ come son definiti con linguaggio cinico Libia, Somalia, Iraq ecc.
Qualsiasi giudizio sul regime di Assad non giustifica la guerra per procura in atto da anni in Siria. E’ da notarsi che come già accaduto con Libia e Iraq gli americani a parole combattono l’islamismo ma bombardano e colpiscono regimi che avevano tanti difetti ma certo non erano amici dell’integralismo.
I missili di Trump non sono al servizio della democrazia e dei diritti umani, l’attacco americano è un atto di terrorismo internazionale. Informazione e politica europee e italiane non si allineino a un presidente americano fascistoide. Riprendiamo il ruolo di pace e mediazione che ci spetta nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
Maurizio Acerbo
Segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

mercoledì 22 marzo 2017

Cosa resta della "Primavera araba"? Sala-incontri di Rifondazione Comunista - Brescia

Una immagine di Piazza Tahir durante la "Primavera egiziana"


Giovedì 23 marzo, nella “Casa della Sinistra”, in via Eritrea (di fronte a Bresciaoggi), alle ore 20,30, ci sarà un incontro con Abdelmajid Daoudagh, segretario della sezione italiana del Partito Socialista Unificato del Marocco, con Essia Imjed, attivista della sinistra tunisina e con Maryan Ismail, una compagna somala, rifugiata politica in Italia.

L’incontro verterà sulla situazione attuale dei sommovimenti iniziati in Tunisia oltre 6 anni, che si sono estesi a molti paesi della regione araba, prima di entrare in una fase di riflusso, ed è promosso dalla sezione italiana del Partito Socialista Unificato del Marocco, con la collaborazione di Rifondazione Comunista e e di Sinistra Anticapitalista.


Riteniamo utile proporre un confronto tra la situazione attuale e ciò che la Sinistra Antagonista Bresciana pensava a caldo il 22 agosto del 2011, mediante la messa a disposizione di due pareri contrapposti espressi durante il dibattito sulle "primavere arabe" organizzato in tale data dalla Radio Onda D'Urto.

L'intera registrazione di quel dibattito è stata disponibile per anni sul sito della associazione Ctv telestreet, autrice del servizio, ma attualmente l'archivio relativo all'anno 2011 e precedenti non risulta più accessibile, in quanto, seguendo il loro percorso internet (www.ctv.bs.it) si giunge ad una pagina che riporta la scritta:

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Fortunosamente la registrazione è disponibile nella sua versione integrale, divisa in due parti:
Parte prima: gli interventi dei relatori all'indirizzo:
https://youtu.be/HsKFEfBNTDA
Parte seconda all'indirizzo:
https://youtu.be/2_WfVh31Un0
Pur essendo molto disturbato per il rumore di fondo prodotto dalla festa in corso, complessivamente l'audio presenta una discreta fruibilità, per cui si raccomanda la visione integrale di entrambe le parti, per rammemorare gli umori degli attivisti bresciani sei anni fa. Operazione del resto necessaria, se davvero si vuol raffrontare le attese di quei giorni con gli esiti odierni.
Qui sotto, invece si offre un estratto costituito da due interventi pronunciati in quella serata, che si collocano sugli estremi opposti nella interpretazione degli eventi internazionali che si stavano dispiegando davanti agli occhi dei partecipanti.
Buona visione
https://youtu.be/7uBrbDMbFrw

A cura della redazione del blog

mercoledì 15 marzo 2017

Carmine resistente verso il 25 aprile

carmine
resistente
Un percorso a tappe verso il 25 aprile nel quartiere del
Carmine di Brescia, lungo le strade della solidarietà,
dell'antifascismo e della cultura | edizione III |


Coordinamento a cura
di:
Anpi Brescia
Sezione "Caduti di
Piazza Rovetta"
Aderiscono:
Associazione
"Il Mosaico";
Circolo Prc
"Dall'Angelo Ghetti"
Circolo Radio
onda d'urto
Collettivo Pirati
GASP Centro Storico
Rete Antifascista
Brescia


venerdì 3 marzo 2017

Disagio adolescenziale - Convegno a Brescia sabato 11 marzo ore 9-13

Nel 2015, otto minori su cento hanno avuto
almeno un contatto con le strutture territoriali
di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza
(NPIA), con un aumento annuo di richieste
pari a circa 7-8%: un trend costante,
che negli ultimi 5 anni ha portato ad un aumento
dell’utenza del 40-45%. In particolare si è registrato
un aumento massiccio dei disturbi psichiatrici
in adolescenza (in costante aumento: +
21 % degli accessi in pronto soccorso, + 28% dei
ricoveri in un anno) ed un generale importante
aumento del disagio sociale.
La realtà delle/dei giovani e delle le loro famiglie
mostra la necessità di una “presa in carico”
e di progetti individualizzati, ci richiede un
rinnovato impegno e strategie efficaci. Chiediamo
che vengano rapidamente risolte
dai decisori sanitari le gravi carenze di
organico, di spazi e di risorse.
Sappiamo però che il problema della salute mentale
dei giovani è a monte, in un modello di società
e di educazione da cambiare. Per questo
abbiamo coinvolto diverse competenze e professionalità
perché insieme si ripensi un modello
che favorisca la prevenzione, dopo aver intercettato
la sofferenza I giovani non devono essere
l’anello debole. Possono essere la forza del
cambiamento che auspichiamo!

lunedì 27 febbraio 2017

Ascesa e declino dell'Europa. Una critica a Romano Prodi

 Romano Prodi all'auditorium di San Barnaba

Immagine ripresa da Infoaut



 Nell'assistere alla conferenza dal titolo “Ascesa e declino dell'Europa” tenuta il 21 febbraio a Brescia dal prof. Romano Prodi, invitato per lodevole iniziativa del Comune di Brescia, della Cooperativa Cattolica Democratica, della Fondazione ASM e della Fondazione Calzari Trebeschi, non ho fatto a meno di pensare che, per quanto la diagnosi di una fase storica possa essere oggettiva, l'individuazione delle cause che tale fase storica hanno configurato può dar luogo a letture alquanto divergenti della stessa.

Descrizione o spiegazione dei fenomeni politico-sociali?
 Il che non è di poco conto, perché dall'enucleazione delle cause profonde di un fenomeno, nonché, come sempre deve avvenire nelle scienze sociali, dalla considerazione dell'assetto di interessi dato, discendono scelte politiche che possono assumere intonazioni diverse. Ho trovato piuttosto convincente la descrizione epifenomenica dello stato di cose in cui si viene a trovare oggi la “globalizzazione”. In estrema sintesi, il prof. Prodi dice che il mondo volta le spalle alla democrazia e si rivolge all'autoritarismo, denotando una tendenza alla concentrazione del potere nelle mani di indiscussi “leaders” di partito. Soltanto l'Europa è per ora immune da tale processo, anche se nell'anno in corso vi si terranno importanti elezioni politiche che potrebbero sancire l'avanzamento dei movimenti “populisti”.

Le sciagurate conseguenze del motto "abbassiamo le tasse"
 L'ex Presidente della Commissione Europea opportunamente fa coincidere l'attuale generale ricusazione dei poteri sovranazionali con il declino della cosiddetta “classe media” (tralasciando qui le distinzioni sociali che pure andrebbero fatte all'interno di tale categoria), a sua volta coincidente con l'avvento, verso il 1980, del capitalismo “reaganiano” e “tatcheriano”. In precedenza il motto era stato: più tasse ma più servizi universali. Dal 1980 il paradigma si rovescia, e annunciare l'abbassamento delle tasse diviene un elemento imprescindibile di ogni campagna elettorale. Il risultato del nuovo paradigma è stato però una progressiva concentrazione della ricchezza a favore di una sparuta minoranza sociale. Il capitale si è eradicato dagli stati di appartenenza, mentre il lavoro è tendenzialmente stabile e radicato localmente. Ciò ha condotto al fenomeno della competizione fiscale fra gli stati, il quale ha avuto per conseguenza una costante pressione al ribasso sui salari e sulla condizione di vita della “classe media”.

Vacuità dell'appello prodiano alla "cooperazione internazionale"
 A questo punto, riconosce Prodi, dovrebbe riemergere l'importanza del potere politico, con la sua capacità di governare lo stato di cose che vede il predominio ormai consolidato del potere economico-finanziario globale. Tuttavia, a parere di chi scrive, questo passaggio nel pensiero di Romano Prodi è alquanto lacunoso. Egli, infatti, si limita a patrocinare la causa della rinnovata cooperazione internazionale fra stati, in opposizione agli egoismi nazionali, mentre il proposito andrebbe accompagnato a un radicale rigetto dell'ideologia neoliberale (in evidente crisi ma che ancora può contare sulla resistenza e sull'influenza, anche mediatica, dei poteri economico-finanziari) e la sua più logica sostituzione con un'impostazione ideologica autenticamente socialista-democratica. Emblematico è il caso dell'Unione Europea, dove, secondo Prodi, il potere di rappresentanza sovranazionale incarnato dalla Commissione Europea è stato via via soppiantato dal potere del Consiglio Europeo, luogo ideale per l'emersione degli interessi rappresentati dal paese più forte, la Germania.

Il ritorno degli egoismi nazionali figlio del trattato di  Maastricht
 In realtà, il ruolo della Commissione Europea è sempre stato improntato al rigido controllo dei conti pubblici (così come previsto dal trattato di Maastricht), cioè alla riduzione delle prestazioni di stato sociale, con un parallela enfasi sul ruolo delle istituzioni quali garanti attive della libertà di movimento dei capitali e della competitività. In sintesi, la UE è nata ed è stata concepita per l'applicazione e l'estensione dell'ideologia politica neomercantilistica propria del paese più forte, la Germania. Ma questo disegno ha costituito l'incubazione del ritorno agli interessi nazionali una volta manifestatisi gli effetti della crisi debitoria alla quale gli stati periferici sono stati, in ragione del quadro istituzionale di riferimento, ineluttabilmente condotti. E' quindi improprio sostenere che è stata l'ascesa del Consiglio Europeo a provocare il ritorno degli egoismi nazionali, perché la chiave di lettura del fenomeno va rinvenuta nella fede che, impropriamente, gli stati aderenti alla UE (e all'Euro in particolare) avevano riposto nel “governo delle regole” scolpito nei trattati.

Il neo nazionalismo figlio del dominio sovranazionale della finanza
 Allo stesso modo se oggi, a livello globale, assistiamo al riemergere di nazionalismo, protezionismo, isolazionismo, nonché all'avanzata di movimenti “antiestablishment”, è proprio perché le istituzioni sovranazionali (non solo la UE) si sono rivelate l'humus ideale per la coltivazione degli interessi riconducibili al potere della finanza e dell'industria multinazionale (con l'acclarata conseguenza del ritorno di un insostenibile livello di diseguaglianza). Inoltre, le classi politiche di numerosi paesi si sono rivelate inequivocabilmente (quando non direttamente o personalmente interessate, come nei casi di Monti, Blair, Barroso ed altri, incaricati di consulenze o di ruoli attivi per banche d'affari transnazionali) complici del suddetto potere “esterno”. Vale a dire: è vero, da una parte, che gli stati nazionali si sono trovati in competizione fiscale fra loro al fine di limitare fughe di capitali, ma, dall'altra, è anche vero che gli stati stessi hanno applicato le politiche che hanno voluto applicare. Il che ha avuto luogo, in particolare, quando si è trattato di procedere ad un drastico ridimensionamento dello “stato sociale” (una commendevole invenzione tutta europea finalizzata all'avvicinamento di condizione delle classi sociali, come lo stesso Prodi ammette).

L'ingannevole mito della "mano invisibile" che governa il mercato
 Al fondo della questione vi è il dominio esercitato negli ultimi decenni dall'idea che l'anomia del mercato condensi le caratteristiche di un ordine “positivistico”, un ordine naturale nel cui ambito operano poteri “trascendentali” le cui scelte sarebbero guidate da una infallibile “mano invisibile”, con effetti che si dispiegherebbero armoniosamente in un tessuto sociale indistinto. Penso sia superfluo ricordare che giusto alla base di tale credenza sono rintracciabili le cause che hanno condotto alla Grande Recessione del 2008, cui ha fatto seguito l'indecente spettacolo delle classi politiche adoperatesi affannosamente nel salvataggio della finanza privata e nell'imposizione di sacrifici e austerità alla gente comune (soprattutto ai lavoratori).

L'ingannevole mito delle "pari opportunità"
 A mio avviso non è sufficiente, oggi, affermare che basterebbe un superamento delle tendenze all'egoismo nazionale e da ciò, implicitamente, attendersi una rinnovata armonia. E' inevitabile che le troppe vittime della sregolata, poco democratica e guerrafondaia globalizzazione si rivoltino contro l'establishment neoliberale responsabile del deterioramento della loro condizione ed è naturale che si reclami un'attenzione, da parte di nuove classi dirigenti nazionali, verso la cura degli interessi così duramente lesi. Il che significa la necessità di un ritorno alle politiche pubbliche “discrezionali” attuabili dagli stati nazionali. Deve, ovviamente, trattarsi di politiche che vadano ben oltre gli interventi per pervenire a sterili “uguaglianza delle opportunità” o “merito individuale”, creazioni della filosofia neoliberale tramite le quali i singoli vincitori della competizione nel mercato hanno a lungo cercato di giustificare le rispettive posizioni di privilegio.

Mutare l'assetto dei poteri per contrastare lo sciovinismo montante
 Prodi giustamente lamenta i crescenti timori per la sorte della democrazia che sono determinati dal vento dell'autoritarsmo, ma dalla sua posizione, compendiabile nella massima “più Europa e più cooperazione internazionale, non paiono desumibili le più logiche conseguenze politiche atte a far fronte all'ardua sfida, ovvero, in primo luogo, la riscrittura delle regole dell'economia, nazionale e globale. L'egoismo nazionale, nella forma sciovinista e xenofoba che i vari Trump, Orban, Erdogan, ecc., gli fanno assumere, va assolutamente contrastato (vedremo quanto ci metteranno i lavoratori americani che hanno votato per Trump a restare delusi). Ma non è parimenti concepibile che la soluzione ai problemi epocali provocati dalla globalizzazione liberista vada ricercata in costanza dell'assetto di poteri e di interessi così come esso è oggi costituito. Altrimenti si rischia di essere confusi e assimilati all'“establishment”.

di Sergio Farris
Nota bene: la titolazione dei paragrafi e l'inserimento della foto sono opera redazionale

giovedì 16 febbraio 2017

Strabismi della giustizia - Brescia: condannati attivisti contro gli sfratti

Giustizia, dea bendata o troppo strabica?

Il Partito della Rifondazione Comunista denuncia come abnorme la condanna che il tribunale penale di Brescia ha emesso nei confronti di tre attivisti della lotta contro gli sfratti, misura crudele che priva dei più elementari diritti umani, tanto sbandierati nei decenni scorsi per giustificare addirittura l'intervento militare contro stati sovrani, le persone e le famiglie gettate ai margini della scala sociale dalla crisi che imperversa in forme sempre più drammatiche ormai da un decennio.
Sembra di essere tornati ai tempi della prima esplosione del dominio della società borghese, quando un filosofo, forse suggestionato dalla realtà dei rapporti sociali che cominciavano a diventare dominanti, usò la formula homo homini lupus “l'uomo è un lupo verso l'altro 'uomo”. Sembra che questa sia la società che si è imposta, cancellando la visione di un altro filosofo, suo contemporaneo, che, mirando alla solidarietà tra gli uomini, sosteneva che homo homini deus, cioè “l'uomo deve essere dio per l'altro uomo”.
Nell'esprimere il più completo sostegno a Claudio Taccioli, Giuseppe Corioni, Elena Nodalli, confessiamo di essere in qualche modo complici di questo che si potrebbe chiamare “reato di solidarietà”, visto che ospitiamo le riunioni del Comitato antisfratti/dirittoallacasa, una delle realtà di lotta che sono state colpite dalla sentenza nella persona di militanti significativi.
Una immagine classica della giustizia
Oltre al chiaro significato di classe di una simile sentenza, che smentisce l'immagine della dea bendata con cui gli antichi molte volte raffiguravano la giustizia – immagine che in qualche modo rivive anche nella scultura posta nell'atrio del Palazzo di Giustizia bresciano – in quanto è una sentenza che porta con sé un chiaro significato intimidatorio contro i protagonisti di questo “reato di solidarietà”, essa sembra avere un acido sapore di discriminante all'interno del campo stesso di chi sta lottando per la difesa delle condizioni di vita dei più deboli, in particolare dei minori d'età e di chi si trova in condizione di non poter provvedere a se stesso ed alla sua famiglia.
A questo sembrava alludere la dichiarazione spontanea fornita al termine del processo da uno degli imputati assolti, il quale ha sottolineato il proprio disagio nel constatare il diverso trattamento riservato a se stesso rispetto ad altri compagni, pur avendo egli stesso commesso e rivendicato di aver compiuto le stesse azioni dei condannati.
Giustizia doppiamente occhiuta, invece che bendata, allora?
Allegoria della giustizia nell'atrio del tribunale di Brescia
Scultura di Giuseppe Bergomi
A questo si aggiunga che il dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale è uno dei cardini sui quali si basano i valori della Costituzione della Repubblica italiana, alla quale i cittadini italiani hanno recentemente e solennemente riconfermato la loro fedeltà.
Non sarebbe allora buona cosa che le istituzioni, che della Costituzione dovrebbero essere i garanti e gli esecutori, non fossero né cieche né strabiche, ma fossero davvero mirate ad affermare e consolidare questi valori?


Segreteria della Federazione di Brescia del Partito della Rifondazione Comunista

mercoledì 21 dicembre 2016

Respinto l'attacco definitivo alla Costituzione, ripristinare la Costituzione Italiana originaria

Il 1956, il Pci e il progetto di una nuova società. La via italiana al socialismo”
(intervento di Dino Greco)

Diceva Togliatti nella sua relazione alla I sottocommissione della Costituente dedicata al tema cruciale dei Principii dei rapporti economico-sociali che “in un regime di pura libertà economica, cioè di pura competizione è inevitabile che masse ingenti di donne e di uomini siano privi degli indispensabili mezzi di sussistenza” perché “questa è infatti una delle condizioni affinché tutto il sistema economico capitalistico possa funzionare, ed è conseguenza di uno sviluppo che tende da un lato a concentrare le ricchezze nelle mani di gruppi ristretti di privilegiati, mentre dall’altro lato aumenta il numero dei diseredati”.
E aggiungeva che “anche se la massa dei diseredati in periodi di prosperità e in paesi particolarmente favoriti può tendere a diminuire, essa torna ad accrescersi in modo pauroso quando inesorabilmente sopravvengono i periodi di crisi”.
Togliatti proseguiva ricordando che “l’esperienza di tutti i paesi a capitalismo sviluppato mostra come per lo sviluppo stesso delle leggi interne dell’economia capitalistica la libera concorrenza genera il monopolio, cioè genera la fine della libertà. E si creano così ancora più rapidamente le condizioni in cui la proprietà dei mezzi di produzione e quindi la ricchezza tendono a concentrarsi nelle mani di pochi gruppi di plutocrati, che se ne servono per dominare la vita di tutto il paese, per dirigerne le sorti nel proprio interesse esclusivo, per appoggiare movimenti politici reazionari, per mantenere ed instaurare le tirannidi fasciste, per scatenare guerre imperialistiche di rapina, operando sistematicamente contro l’interesse del popolo, della Nazione”.
Poi arriva la stoccata decisiva: E’ per questo – affermava Togliatti - che occorre abbandonare “le concezioni utopistiche del vecchio liberalismo per dare corso ad un’opera ampia e radicale di riforma della struttura economica della società” perché “il prevalere nei principali paesi dell’Europa capitalistica di gruppi plutocratici reazionari ha portato in alcuni di essi alla totale liquidazione delle istituzioni democratiche, in altri ad una seria minaccia per la loro esistenza, in tutti o quasi tutti al tradimento dell’interesse nazionale da parte delle caste dirigenti reazionarie, e a quell’esasperato acutizzarsi di conflitti imperialistici che doveva metter capo alla catastrofe immane della seconda guerra mondiale”.
Quindi, ecco la trama essenziale su cui incardinare la nuova costituzione, il progetto di società di cui si doveva forgiare la strumentazione: centralità del lavoro, programmazione economica, ruolo decisivo della mano pubblica, cooperazione, forme di proprietà diverse da quella privata, controllo operaio sulla produzione, nazionalizzazione delle imprese che per il loro carattere di servizio pubblico debbono essere sottratte all’iniziativa privata, libertà di impresa rigorosamente subordinata all’interesse sociale, sino all’esproprio della proprietà ove questo principio venga contraddetto.
E “democrazia progressiva”, come espansione della partecipazione popolare verso forme inedite di produzione e socializzazione della ricchezza prodotta dal lavoro sociale.
Insomma: un processo di transizione, verso una società non più capitalistica. Un processo nel quale la dialettica e il conflitto sociale venivano concepiti come elementi costitutivi del progresso del Paese.
E’ questo il telaio politico su cui si sviluppa, nel ’56, l’elaborazione dell’VIII congresso del Pci, nell’intento di dare corpo ad un progetto, ad un’architettura politica e sociale capace di rispondere al tema gramsciano della rivoluzione in Occidente, di una via italiana al socialismo, sganciata dalla forma storica in cui il socialismo si era realizzato nell’Urss, capace di coniugare diritti civili e diritti sociali, libertà ed uguaglianza.

Certo, nella Costituzione non c’è scritto tutto questo, almeno non nei suoi presupposti teorici, ma c’è molto di tutto questo, nell’insieme e nelle parti, sia nei principii fondamentali che, in modo speciale, nei 13 articoli che compongono il titolo III.
Ed è per questa solida ragione che dal momento stesso della sua promulgazione la Costituzione è stata attaccata, con forza tanto maggiore quanto più essa metteva in forse l’egemonia delle classi dominanti e i rapporti sociali esistenti.
Non deve dunque sorprendere se fu l’irruzione sulla scena politica di un formidabile movimento operaio, fra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta, a fare rivivere la Costituzione nel suo spirito originario e nei suoi contenuti più innovativi. Come non deve sorprendere se al declino prima e alla sconfitta poi di quel movimento, insieme alla dissoluzione del socialismo realizzato, sia corrisposto l’affermarsi del dominio assoluto del capitale e della sua ideologia in forme violentemente regressive in Italia come in larga parte del mondo.
Dalla fine degli anni Quaranta il mondo è profondamente cambiato.
Lo è, in primo luogo, il modello di accumulazione capitalistica conseguente al processo di finanziarizzazione dell’economia con i tratti di una vera e propria superfetazione usuraria che reagisce sull’economia reale distruggendo forze produttive e consumando irreversibilmente risorse naturali, con una rapidità che non ne consente il rinnovo.
E’ un modello che si fonda su una concentrazione inaudita della ricchezza e del potere, sull’esproprio della sovranità popolare e sull’ostilità alle democrazie come plasmate dalle costituzioni antifasciste che - certo non a caso - sono diventate in varie forme il bersaglio dichiarato dei gruppi dominanti che sempre più inclinano verso una torsione oligarchica e totalitaria del potere.

Ebbene, merita osservare come la Costituzione italiana e la discussione che nel lavoro costituente ne rappresentò l’incubazione, siano – nel tempo presente e per certi versi più di prima - di una stupefacente attualità e indichino la strada di un processo possibile di aggregazione di soggettività politiche, sociali, culturali che vivacchiano separate in una impotente diaspora autodistruttiva, confinate nell’irrilevanza o nella subalternità.

Si è in questi anni tentato, con recidivante testardaggine, di formare schieramenti politici a sinistra, contenitori di sigle, per lo più in vista di appuntamenti elettorali, con l’intenzione rivelatasi velleitaria di coagulare una massa critica sufficiente a riconquistare come che sia una qualche rappresentanza istituzionale, una sorta di certificato di esistenza in vita.
Quanto ai contenuti di questi variopinti rassemblement, la ricerca è stata sempre piuttosto vaga, sulla scia del convincimento che andare per il sottile avrebbe fatto morire il bambino nella culla.
Così è accaduto, ogni volta, che il bambino affetto da strutturale gracilità, si è schiantato subito dopo il primo vagito, quando non addirittura durante la gestazione. Fuor di metafora, le operazioni politiciste, prive di base sociale e di vero progetto politico, hanno sempre prodotto improbabili accrocchi e fragorosi insuccessi.
Si è anche cercato di aggirare la questione cruciale del programma con formule lessicali all’apparenza radicali, contrassegnate dal sigillo dell’antiliberismo.
Peccato che l’incerta semantica del termine non sia riuscita a spazzare via l’eterogenesi dei fini che si nascondeva dietro la formula solo in apparenza radicale e unificante.
Il fatto è che non si sfugge al tema di fondo: se non è chiaro dove si vuole andare è del tutto vano scapicollarsi nella ricerca di fantasiose ricette organizzativistiche.

Ora, come spesso accade, sono i fatti, la prassi sociale ad illuminare la strada, a far intravvedere possibilità nuove, semplici, ma rimaste inopinatamente inesplorate.

Per uno di quei paradossi che ogni tanto si verificano nella storia, dobbiamo questo a Matteo Renzi e ad essere sinceri dovremmo proprio ringraziarlo. Dovremmo ringraziarlo per la sua incontenibile brama di potere, per avere tentato di travolgere la democrazia costituzionale attraverso un plebiscito che se vinto avrebbe cancellato il parlamento e consegnato il potere, tutto il potere, nelle mani di una consorteria di lestofanti che in questi anni hanno dato plateale dimostrazione degli interessi a cui sono asserviti.
Dovremmo ringraziarlo per avere rimesso in moto la sovranità del popolo che è corso in massa alle urne non per incoronarlo, ma per mandarlo a casa.
Infine, cosa della massima importanza, dovremmo ringraziarlo per avere contribuito, sebbene a sua insaputa, e comunque contro ogni sua intenzione, a riaccendere i riflettori sulla Costituzione, non soltanto sui temi, certamente rilevantissimi, della forma di governo, dello Stato, dell’architettura istituzionale, ma anche sui fondamentali principi costituzionali, sulla nervatura sociale, sul progetto di società e di democrazia che vive nella Carta e che da oltre trent’anni è stato messo in sonno, dimenticato, scardinato.

Il voto, come tutti hanno potuto vedere, ha avuto diverse facce, ma fra queste c’è un tratto fondamentale e decisivo: il voto ha messo i ricchi e coloro che sentono di avere le terga al riparo da una parte e i poveri, i precari, i lavoratori, gli sfruttati dall’altra.
Una parte dei quali ha capito, per istinto, che la Costituzione sta dalla loro parte mentre quelli che la vogliono liquidare stanno dall’altra: si è trattato, per usare le parole giuste, di un voto socialmente connotato, sebbene non ancora di classe.
Chi sta pagando drammaticamente la crisi ha pronunciato un solenne “Basta!” al potere che ha somministrato potenti dosi di austerità a chi sta in basso e laute prebende a chi sta in alto e che ha fatto della disuguaglianza il proprio distintivo politico.

Certo, questa rivolta si è espressa nella sola forma oggi possibile.
Quella sorprendente corsa alle urne ha supplito al vuoto di un conflitto sociale organizzato e alla latitanza di un progetto politico che nessun soggetto politico ha sin qui saputo proporre con sufficiente chiarezza.

Per questo credo che l’esito del referendum parla un linguaggio chiarissimo e formula una domanda esplicita anche al frammentatissimo arcipelago della sinistra non addomesticata dalle sirene renziane, estranea e ostile al definitivo approdo liberale del Pd e purtuttavia (sino ad ora) incapace di trovare un punto di incontro programmatico forte, durevole, tale da prefigurare un blocco sociale e politico alternativo alle due destre in cui si articola la rappresentanza delle classi dominanti, in Italia e in Europa.

Ebbene, io credo che il messaggio che deve giungere a tutte le orecchie ricettive è questo: fare proprio, senza omissioni o riduzioni, il contenuto politico-sociale fondamentale della Carta del’48, declinarlo in obiettivi chiari e percepibili da tutti e da tutte, farlo divenire il comune denominatore, il patto vincolante di un progetto trasformativo della società italiana, e intorno ad esso coagulare una coalizione di soggettività politiche diverse, tutte chiaramente visibili nella propria identità e autonomia, eppure tutte solidalmente unite nella realizzazione di quel disegno.
Basta, dunque, con le fallimentari scorciatoie politiciste con cui sino ad oggi si è preteso di rifondare la sinistra mettendo intorno ad un tavolo soggetti in cerca d’autore, contenitore senza contenuti.
Il paradigma va rovesciato, perché per una volta, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto cambia.
Prima viene il progetto politico, e precisamente quello incardinato nella Legge fondamentale che abbiamo per così dire, “riconquistato” in uno scontro campale e che, a leggerla bene, non fa sconti a nessuno.
Per lungo tempo quel testo è stato smarrito, o sottovalutato, da alcuni interpretato come una sorta di icona inerte, da celebrarsi a buon mercato negli esercizi retorici senza concrete conseguenze, da altri che pensano non valga la pena impegnarsi per meno della rivoluzione, come un un tiepido compromesso di impronta borghese. Quando a me pare evidente che viva nella Costituzione un impianto di classe molto più robusto che in tante superficiali declamazioni di antiliberismo.
Mi fermo qui perché non è qui il luogo ove declinare, punto per punto, il progetto politico che nella Costituzione trova il proprio centro di annodamento e che può rappresentare l’incipit di una riscossa democratica.
Purché sia chiaro che è questo il lavoro che da oggi dobbiamo fare, senza perdere un solo momento.





Il disastro del Jobs act e il ministro Poletti

IL CAPOLAVORO DEL MINISTRO POLETTI

Secondo gli ultimi dati dell'INPS, fra Gennaio e Ottobre del 2016 sono stati attivati 1.370.320 contratti di lavoro a tempo indeterminato (che in verità, come ben sappiamo e come gli stessi dati sui licenziamenti più avanti mostrano, a tempo indeterminato propriamente proprio non sono). Questi nuovi contratti comprendono, ovviamente, le trasformazioni nella modalità del contratto 'a tutele crescenti' di rapporti lavorativi già esistenti. Le cessazioni sono state 1.308.680, per un saldo di +61.640 unità. Nel corrispondente periodo del 2015, il saldo, tenute sempre in debito conto le trasformazioni, era stato di +588.039 contratti (si fa per dire) stabili. Il dato del 2016 fa quindi registrare un peggioramento dell'89% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, e un peggioramento persino nei confronti del 2014. Lo stesso INPS fa osservare che tale crollo è ascrivibile alla netta riduzione degli incentivi a favore delle imprese. Le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 32% e aumentano visibilmente (per effetto dell'avvenuta soppressione dell'articolo 18) i licenziamenti per motivi 'disciplinari' (+27,4%; cosa dedurne? Il 'jobs act' funziona!).
Continua, denotando un'impressionante accelerazione, la corsa ai 'voucher', con un incremento percentuale del 32,3% soltanto nei primi dieci mesi dell'anno ancora in corso (per un vertiginoso totale di 121 milioni e mezzo di 'buoni' venduti).
Delineata la situazione, suonano alquanto distoniche le dichiarazioni del fallimentare (ma saldamente in sella) Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Da un lato, questi dice di essere pronto a “rideterminare dal punto di vista normativo il confine nell'uso dei voucher” e, dall'altro, dice che “il 'jobs act' è stata una buona legge, quindi non vi è ragione di intervenirvi”. Ora, chiunque è in grado di capire che, per quanto attiene al proposito di intervenire con una modifica nel regime normativo che discplina i 'voucher', l'ascoso intento è quello di neutralizzare (in caso di ammissibilità) l'indizione del Referendum con il quale la CGIL punta all'abolizione del suddetto obbrobrioso strumento e, verosimilmente, di adottare qualche illusorio provvedimento da dare in pasto “all’esercito di precari e voucheristi che (si suppone, visto anche l’alto dato giovanile registrato) ha votato No al referendum del 4 dicembre”. (1)
Mentre, ampliando la visuale, per quanto attiene ai magnifici risultati delle riforme del lavoro targate Poletti, ricordiamo, giusto per avere un'idea delle dinamiche tendenziali, che le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-ottobre 2016 sono risultate 4.833.000, con una riduzione di 347.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-6,7%). Nel complesso delle assunzioni sono comprese anche le assunzioni stagionali (491.000).
Il fatto è che, al di là degli ormai scontati proclami propagandistici, l'attuale governo (clone del precedente) non può avere intenzione di effettuare alcuna sostanziale inversione di rotta rispetto alla ormai metastorica tendenza neoliberale che ha alienato a Renzi gran parte delle simpatie su cui questi ha, per un breve periodo, potuto contare. Al fondo, vi è sempre la vetusta idea in base alla quale l'impresa che massimizza i profitti genererebbe benefici diffusi, mentre il lavoro sarebbe un mero onere, un ostacolo a una competitività da portare allo spasimo.
Con l'idea di continuare ad agire dal lato dei costi per accrescere la competitività, non si fa altro che, in assenza di un consistente impulso al lato della domanda interna, finire in una situazione che Keynes definì 'equilibrio di sottocupazione', in una situazione cioè in cui il sistema economico, pur in presenza di livelli salariali ridotti, non si colloca vicino alla piena occupazione.
Sarebbe tempo che forze politiche e organizzazioni sindacali gettassero alle ortiche il ciarpame ideologico degli ultimi trenta anni.

Sergio Farris, 19/12/2016



1) Antonio Sciotto, 13 dicembre 2016: I dati confermano il «Flop Act» ma Poletti resta al governo