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mercoledì 30 novembre 2016

Trump, risposta alla crisi secolare - di Domenico Moro

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2016/11/24/48369-trump-risposta-alla-crisi-secolare-e-apertura-della-seconda/

Una analisi di ampio respiro non solo sul senso della vittoria di Trump negli USA, ma che illumina l'intera fase storica, volando alto sopra le chiacchiere e le miserie del sinistrese.

Qui riproduco solo il paragrafo finale, raccomandando la lettura dell'intero articolo.


4. La vittoria di Trump ci parla della necessità di superare l’euro e del socialismo
La vittoria di Trump parla direttamente a noi, cioè all’Europa e alla Germania. E, in secondo luogo, ci dice molto anche sulle tendenze del capitalismo e sulle conseguenze di tali tendenze. Dice in sostanza che la crisi del capitalismo e la conseguente contrazione della base produttiva e nei Paesi centrali porta all’espansione all’estero, che presto o tardi conduce a un contrasto sempre più forte tra capitali e tra stati. Ma dice anche che questa tendenza è stata pesantemente accentuata dalla integrazione europea, specialmente quella monetaria, in particolare dalle misure di austerity. Mentre Trump e Clinton, durante la campagna elettorale, parlavano in termini di migliaia di miliardi da spendere in lavori pubblici, il tanto sbandierato piano di investimenti del presidente della Commissione europea, Claude Junker, si è rivelata sempre più chiaramente come una bufala colossale e la moderatissima richiesta del governo italiano di un piccolo sforamento sui vincoli di bilancio per il terremoto e per l’immigrazione ha dato luogo a una battaglia campale con la Commissione. Chi critica, giustamente, il nuovo volto reazionario degli Stati Uniti trumpiani farebbe bene a domandarsi quanto Trump sia figlio, oltre che della crisi e dell’imperialismo Usa, anche del modo in cui l’Unione economica e monetaria, non solo la Germania, si è mossa negli ultimi anni contribuendo a creare pericolosi squilibri mondiali. Ma in Europa non è possibile neanche pensare a un programma di investimenti pubblici che permettano di riassorbire la disoccupazione e imprimere una crescita all’economia senza aver prima superato i vincoli europei che stanno alla base dell’integrazione valutaria europea e quindi la stessa integrazione valutaria. Infatti, non va dimenticato che l’euro è stato lo strumento che, attraverso la riduzione della domanda e del mercato interni, ha incentivato la spinta verso l’export. L’euro, in questo modo, ha accentuato la tendenza neomercantilista già presente in Germania e ne ha permesso l’estensione al resto dell’Europa, a partire dall’Italia. La ricerca europea di ampi surplus commerciali ha contribuito a produrre importanti squilibri economici a livello mondiale, tra i quali c’è senz’altro il rigonfiamento del debito commerciale statunitense.


Il modo di produzione capitalistico ormai da tempo non è più fattore di sviluppo delle forze produttive. Anzi, sta distruggendo capacità produttiva e risorse umane e ambientali, determinando una inversione radicale nella condizione delle classi subalterne dei Paesi avanzati, rispetto al lungo periodo di sviluppo delle forze produttive e di miglioramento delle condizioni del lavoro salariato, che, pur con alcune interruzioni, è andato dagli anni Ottanta dell’Ottocento alla fine del Novecento. La globalizzazione, iniziata negli anni Novanta, e la crisi scoppiata nel 2007-2008 hanno colpito pesantemente il centro del modo di produzione capitalistico e la sua classe lavoratrice, riproducendo la disoccupazione di massa e portando la povertà persino fra chi lavora. Ma la polarizzazione sociale e il diffuso disamoramento verso la politica e i partiti tradizionali, che ne derivano, sono stati ricondotti in alvei tutto sommato innocui o addirittura controproducenti. La classe lavoratrice rimane nella condizione di spettatrice passiva o di massa di manovra strumentalizzata dai diversi settori in competizione delle élites capitalistiche, come accaduto nelle ultime elezioni presidenziali negli Usa. In Europa, dove pure il tradizionale bipolarismo viene messo in crisi, la classe lavoratrice viene distolta verso obiettivi che non hanno nulla a che fare con i motivi strutturali della crisi, come l’immigrazione, o che spesso sono solo un sottoprodotto del dominio di classe e hanno un impatto del tutto secondario sulle sue condizioni, come la corruzione o i costi della politica. Eppure, segnali positivi ce ne sono stati: Syriza in Grecia, Corbin nel Regno Unito, Podemos in Spagna, Sanders negli Usa. Il punto è che da nessuna parte, dopo i primi risultati positivi, si è riusciti a rompere con il quadro di riferimento ereditato dal periodo precedente, promuovendo una vera autonomia politica di classe. La sinistra non riesce ad avere piena consapevolezza che la fase storica del capitale è cambiata, rendendo obsolete le tattiche e le posizioni del passato, oppure non riesce a tradurre tale consapevolezza in una linea politica conseguente e coerente. Negli Usa, dove il quadro di riferimento è l’alternanza bipartitica, Sanders è stato ricondotto al sostegno di Hillary Clinton e in Europa, dove il quadro di riferimento è l’integrazione monetaria, la sinistra non è riuscita a smarcarsi dal condizionamento dell’europeismo, inteso come valore in sé positivo.

La ricostruzione di una autonomia politica non può passare unicamente per la crisi del centro-sinistra e del centro-destra tradizionali. Passa, in primo luogo, attraverso la capacità di rompere politicamente con qualsiasi illusione di alleanza con i settori della “sinistra” capitalistica che si sono fatti promotori della globalizzazione, i democratici negli Usa e il partito socialista europeo, e con i vincoli che finiscono per neutralizzare le spinte che, nonostante tutte le difficoltà, si producono all’interno delle società avanzate. Ma passa anche per la consapevolezza che, data la fine dei margini delle politiche di redistribuzione, è necessario mettere in discussione i rapporti di produzione esistenti, che stanno alla radice della sovraccumulazione, della distruzione delle forze produttive e della tendenza espansionista delle varie frazioni del capitale. In definitiva, passa per la capacità di ricostruire le coordinate di una prospettiva complessiva di trasformazione della realtà. Né il programma di Trump né quello di Clinton possono risolvere, in ambito capitalistico, la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione che porta alla contrazione delle basi della produzione della ricchezza sociale nei Paesi avanzati. Al massimo possono tamponarla momentaneamente. L’unica soluzione possibile alla crisi del capitale, in ambito capitalistico, sarebbe una distruzione di capitale di dimensioni fino ad ora inimmaginate.

In alternativa, c’è un’unica soluzione. Questa passa per il superamento dei rapporti di produzione privati, basati sull’appropriazione da parte di pochi del massimo profitto possibile. Quindi, la prospettiva su cui la sinistra deve muoversi non può che essere il socialismo, ossia la riconduzione dei mezzi di produzione sotto il controllo dei lavoratori associati secondo un piano razionale, che superi l’anarchia e la concorrenza del libero mercato. Sono proprio la fine delle illusioni legate alla globalizzazione e il ritorno dell’intervento dello Stato nel Paese guida del capitalismo, seppure in forme funzionali all’accumulazione di capitale, a portare una ulteriore prova della necessità e quindi dell’attualità storica del socialismo.

lunedì 21 novembre 2016

La propaganda della disperazione - La ministra Boschi a Brescia



Come a James Bond non bastava il mondo, evidentemente al PD non basta, ai fini della propria azione propagandistica a favore del Sì, l'invasione dei canali televisivi, l'appoggio da parte della Confindustria, da parte delle oligarchie finanziarie internazionali, da parte di Obama e dell'Ambasciata americana, la strumentale dilazione della data del referendum per poter spargere mance elettorali e il gioco sporco consistente nella lettera inviata ai residenti all'estero. Gli manca ancora la gente.
Così, al culmine della fantasiosa costruzione retorica sulle ragioni del SI, sciorinata con un suadente tono da venditrice telefonica dal Ministro Maria Elena Boschi il 12 novembre in una Brescia blindata dalla polizia, è arrivato un disperato appello ai militanti del PD affinchè si attivino, coinvolgendo parenti e affini tutti, per portare in ogni casa (letteralmente porta a porta) e perfino fra i passeggeri degli autobus (è tutto vero, credetemi), l'opera di apostolato per il Sì.
I toni da ultima spiaggia impiegati la dicono lunga sulla reale posta in gioco della partita referendaria: la sopravvivenza stessa del Governo, con l'immagine e l'ego del presidente/segretario che hanno già dovuto subire un'incrinatura a causa dell'insuccesso alle elezioni amministrative della primavera scorsa. Sappiamo tutti che, al di la del merito della (pessima) riforma, il referendum del prossimo 4 dicembre rappresenta anche un giudizio sul Governo capeggiato da Renzi. Teniamo presente, inoltre, che la riforma della Costituzione è diretta emanazione di un'iniziativa legislativa del Governo.
Ma cominciamo con il chiederci perchè il Presidente del Consiglio abbia voluto, salvo poi fare marcia indietro dopo la sconfitta della scorsa primavera, personalizzare e politicizzare il referendum, legandone l'esito alla sua stessa permanenza a Palazzo Chigi. Diversi sono, al riguardo, gli ordini di questioni: anzitutto il fatto che questo governo necessita di una continua legittimazione popolare. Esso è, anzitutto, nato da una clamorosa manovra di palazzo. Ora, questo, di per sé, non è un fatto eccezionale; la maggior parte delle crisi di governo dell'era repubblicana sono state crisi extraparlamentari.
Ma Renzi, per restare in sella, si è anche dovuto barcamenare fra maggioranze parlamentari a geometrie variabili in un Parlamento che sarebbe dovuto essere sciolto dopo la sentenza n. 1 del 2014, con la quale la Corte Costituzionale ha sancito l'illegittimità della legge elettorale c.d. Porcellum.
Renzi si trova costretto, in altre parole, a ricercare una continua legittimazione “diretta” del suo esecutivo, quasi a dover sanare il suddetto vulnus “originario” al tessuto democratico del paese dato dalla sua permanenza al potere grazie alla fiducia di un Parlamento delegittimato.
Il che si sposa con un altro elemento di rilievo, la concezione carismatico-plebiscitaria del potere da parte del Premier, la quale lo ha portato ad ammantare di una sorta di millenarismo messianico il suo ruolo alla guida del Governo. Da qui deriva anche l'intonazione, data alla campagna per il Sì, da “ultima occasione per condurre il paese in una nuova era”.
C'è però un problema: è molto più facile, data la relativa inconsistenza politico-giuridica degli argomenti addotti dal Governo a favore del Sì, sottoporre la riforma a critica piuttosto che sostenerla. E i suoi promotori lo sanno, tanto che il cavallo di battaglia del Ministro Boschi al comizio di Brescia è stato, nientemeno, che “la chiarezza del quesito referendario”. Mi rendo conto che ciò è difficile a credersi, eppure è così! Secondo il Ministro per le Riforme, tanti non hanno letto il quesito che sarà riportato sulla scheda, ma non appena ciò dovesse avvenire, si spalancherebbe una sorta di verità rivelata. E' davvero l'ultima opportunità per cambiare il paese, una riforma per i prossimi 50 anni (non più 30 anni, come si diceva qualche mese fa). “Basta un semplice Sì” non è forse uno degli slogan concepiti dai comitati favorevoli alla riforma? Se non è questa politica-spettacolo, non so cos'altro possa richiamare alla mente.
Dopo questo esordio da incanto, ecco allora la lettura del quesito: “volete superare il bicameralismo paritario, ridurre i costi delle istituzioni, ridurre il numero dei parlamentari, abolire il Cnel e rivedere il Titolo V della Costituzione, semplificando il rapporto fra Stato e Regioni”. E' la materializzazione dei sogni di qualunque cittadino. Come si può resistere a un invito così chiaro e semplice? Impossibile votare No. A meno che non si sia studiata la riforma!
Perchè solo in tal modo si comprende che, facendo un esame controfattuale delle perle di superficialità declamate, nell'ordine che segue, dal Ministro Boschi, i poteri del Governo cambiano eccome; il bicameralismo paritario non è affatto un elemento di arresto del processo legislativo (e, a sentire Maria Elena Boschi, addirittura di blocco delle vite dei cittadini); la riduzione dei costi (ma poi le istituzioni vanno viste come meri centri di costo?) grazie allo sfoltimento dei membri del Senato, se vi sarà, sarà risibile, e, la competitività, la crescita e la giustizia del paese non hanno nulla a che fare con la riforma.
L'ultima l'enormità, prima dell'arringa finale a scegliere il futuro dell'Italia, è poi arrivata col dire che i movimenti per il No non hanno predisposto una proposta di riforma costituzionale alternativa e migliore di quella sottoposta a referendum.
Soltanto che, occorre domandarsi, chi voleva una riforma costituzionale? Nessun cittadino ha in cima alla lista dei propri problemi la riforma della Costituzione. Si è trattato esclusivamente di un'iniziativa governativa rivolta a dare a un governo populista, e che poco conta a livello internazionale, una parvenza di missione innovatrice. Ma, di nuovo, essendo questo governo, dati gli interessi che rappresenta, soltanto in grado di modificare in peggio le vite della maggioranza dei cittadini, sempre nell'ambito della politica-spettacolo la sua riforma si inscrive. Si, perchè il paese, a dispetto della grancassa mediatica schierata a favore di Renzi, a causa della pessima politica economica e del lavoro messa in atto dal Governo non sta affatto uscendo dalle secche della crisi. E se non fosse stato per l'aiuto esogeno fornito dalla politica monetaria di Draghi, la situazione sarebbe perfino peggiore. La realtà è che la riforma mira alla creazione di condizioni interne ideali per un “uomo forte”, che sia al contempo fedele esecutore di ordini esterni provenienti da parte di poteri sovranazionali, pubblici e privati, per proseguire la sua missione originaria: lo smantellamento di ciò che rimane dello “stato sociale”.

mercoledì 9 novembre 2016

12 novembre - presidio a sostegno del popolo curdo - Piazza Loggia di Brescia - ore 15.00

TURCHIA – FERRERO (PRC-SINISTRA EUROPEA): «ARRESTATI DIRIGENTI E DEPUTATI HDP, SIAMO AL FASCISMO: L’ITALIA RITIRI IMMEDIATAMENTE L’AMBASCIATORE E ROMPA RELAZIONI COMMERCIALI»
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Stanotte in Turchia sono stati arrestati i principali dirigenti dell’HDP ed un gran numero di deputati del Partito democratico dei popoli. La repressione del governo di Erdogan contro il popolo curdo non ha limiti e procede di pari passo con l’instaurazione di un vero e proprio regime fascista e totalitario. L’Italia e l’Europa devono intervenire: Erdogan va fermato e il fatto che la Turchia faccia parte della NATO dice solo che accozzaglia di sinceri democratici albergano nell’alleanza atlantica. Il Partito della Rifondazione Comunista è impegnato a costruire mobilitazioni unitarie in tutte le città contro il governo Turco, per la liberazione dei compagni e delle compagne dell’HDP, per la liberazione di Ocalan. Il governo Renzi ritiri immediatamente l’ambasciatore italiano e rompa le relazioni commerciali con il governo turco che sta costruendo un regime fascista».
4 novembre 2016
La federazione di Brescia del Partito della rifondazione comunista aderisce alla manifestazione indetta dalla Rete Kurdistan in 
Piazza Loggia alle ore 15.00 a Brescia
SABATO 12 NOVEMBRE 2016
Qui sotto il volantino di convocazione